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27 Giugno 2014

Dalla “repubblica dei partiti” alla “repubblica dei cittadini”. Intervento dell’On Francesco Saverio Garofani: "La nuova stagione della politica italiana e dei cattolici democratici"

colloquio politico

Convegno organizzato da 'Agire Politicamente' e 'Persona Comunità Democrazia', Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, Roma, 26/27 giugno 2014. Sono intervenuti Lino Prenna, coordinatore nazionale di Agire Politicamente, Francesco Saverio Garofani, vice presidente della Fondazione Persona Comunità Democrazia, Matteo Orfini, presidente nazionale del Partito Democratico, Alessandra Smerilli fma, segretaria del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei Cattolici italiani, Pier Luigi Castagnetti, presidente della Fondazione Persona Comunità Democrazia

"Probabilmente nessuno di quelli che due o tre anni fa si trovavano nella trincea politica a combattere contro il berlusconismo e il suo sistema di potere avrebbe immaginato un esito come quello che poi si è realizzato.

Chi, come anche noi, preparava l’alternativa a Berlusconi, si era illuso di poter costruire una proposta politica di governo in forte discontinuità nei contenuti ma, nello stesso tempo, dentro una sperimentata logica di alternanza centrodestra-centrosinistra. Come del resto era accaduto nel tempo del bipolarismo di questa seconda repubblica. Un’alternanza di sconfitte, è vero. Ma pur sempre un’alternanza.

Non che sfuggisse la drammaticità e la pericolosità del tramonto berlusconiano. Il fallimento delle politiche economiche e sociali di Tremonti. Le strane alchimie tese a mettere insieme in un impasto indigeribile liberismo, statalismo, federalismo, euroscetticismo e neonazionalismo. La deriva della leadership di Berlusconi. Il degrado morale della sua classe dirigente. La demolizione progressiva e inarrestabile del senso dello stato e dell’idea di legalità. E poi l’azione della magistratura. Le inchieste, le condanne. Quella che a tutti sembrava la fine di una storia lunga vent’anni.

In quei mesi l’Italia ha ballato sull’orlo del baratro. Ci siamo salvati per il senso di responsabilità del Pd. Il sostegno al governo Monti e a un’agenda che ha imposto al Paese duri sacrifici. La politica del rigore e dell’austerità, parola severa che accompagna le nostre stagioni più difficili. Osservati speciali in Europa. Altro che complotto: Berlusconi stesso aveva capito di non avere alternative al passo indietro.

E noi, il Pd, aspettavamo di fare il nostro passo in avanti. Al governo, con Pierluigi Bersani, il segretario che aveva vinto, battendo Matteo Renzi, le primarie per la premiership. Sapevamo che non sarebbe stato facile governare perché avremmo dovuto ricostruire sulle macerie. Ma tutti pensavamo di vincere. Lo dicevano le previsioni dei sondaggisti ma soprattutto la logica: da una parte i reduci di uno storico fallimento, dall’altra un partito – l’unico in piedi in un sistema terremotato da fratture e scissioni - attorno ad un leader serio, credibile, rassicurante, esperto.

L’esito delle elezioni ha squarciato il velo che ci nascondeva una realtà molto diversa da quella che avevamo solo intuito. Le proporzioni dello sconvolgimento sono risultate molto più vaste della nostra percezione. Il bipolarismo in frantumi. Il Pd schiacciato in una tenaglia fra la resistenza imprevedibile del grumo di interessi e di paure ancora consolidati attorno Berlusconi e dall’altra parte il magma di una forza antisistema capace di mettere assieme la protesta di destra e sinistra con il cemento di una rabbia davvero trasversale.

Ecco Grillo, la clamorosa novità di questo avvio di Terza Repubblica. Il prodotto dell’antipolitica, certo. Ma anche qualcosa in più. Un movimento modernamente populista. Illusoriamente partecipativo, sostanzialmente autoritario. Trasversale, ideologicamente post-ideologico, attento a non farsi identificare in una posizione politica “tradizionale” per riuscire a intercettare contemporaneamente i delusi da Berlusconi, ma ostinatamente diffidenti nei confronti della sinistra (in ossequio a ciò che resta del tradizionale anticomunismo), e quella sinistra radicale eternamente indignata e sostanzialmente refrattaria ad ogni ipotesi riformista.

Elezioni senza vincitori. Rischio caos. La disfatta del Pd si celebra definitivamente sulla vicenda dell’elezione del presidente della Repubblica. I franchi tiratori. I 101 che affossano Prodi, dopo che un paio di cento, prima, avevano impallinato Marini.

La lenta e faticosa risalita comincia con la rielezione di Giorgio Napolitano. E con il suo impegnativo discorso alle camere. 22 aprile 2013. Un discorso duro, articolato, prescrittivo. L’imperativo è uno solo: fare le riforme. Fare finalmente quello che la politica ha troppo a lungo promesso e non mantenuto. Fare le riforme significa anche e prima di tutto cambiare la politica. Recuperare la sua credibilità.

E’ su questo asse che si muovono i primi passi di una legislatura che può diventare costituente. Con una difficoltà iniziale. La divaricazione di fatto tra il piano del governo e il piano politico-parlamentare. La vera debolezza del governo Letta, il suo limite più evidente non sta tanto nella mancanza di coraggio o di determinazione del premier, quanto nella debolezza strutturale di un esecutivo senza maggioranza.

Ed è la necessità di trovare una risposta a questa debolezza che impone, dopo le primarie per la segreteria del Pd, il cambio della leadership di governo.

Un passo indietro. Perché Renzi, dopo la vittoria non vittoria alle politiche, stravince le primarie del Pd?

Ad un militante del Pd di Modena che mi accompagnava alla festa dell’Unità, vecchio iscritto al Pci dagli anni Cinquanta, uno di quelli che quando dice partito intende da Togliatti in poi, senza soluzione di continuità, chiesi per chi avrebbe votato alle primarie tra Renzi e Bersani. Mi rispose senza esitazioni: Renzi, perché voglio vincere. Questo forse è stato l’argomento più diffuso nella base. Soprattutto in quella ex ds.

Renzi ha il profilo vincente. Perché è giovane. Perché parla chiaro. Perché ha coraggio. Perché è figlio del suo tempo.
Questo è il tempo della crisi della politica. Dell’antipolitica. Dell’esaltazione della leadership e anche della sua solitudine. E’ il tempo del conflitto e della velocità delle scelte. E’ il tempo della semplificazione e della decisione.
Renzi è l’antidoto possibile all’antipolitica dilagante. E’ una sorta di cura omeopatica. Piccole dosi, controllate, di veleno per contrastare la malattia.
Matteo Renzi vince per questa sua capacità di ricostruire una connessione emotiva con l’opinione pubblica, dentro e fuori il suo schieramento. A partire dai temi più scomodi. Quelli sui quali più si è consumata la credibilità della politica e dei gruppi dirigenti.

La leadership di Renzi è il fattore che “spacca” la politica italiana e apre una stagione radicalmente nuova e inedita. Per le sue caratteristiche. Per le nuove categorie che egli applica. Per l’incrocio con una crisi profonda che se da una parte segna un distacco drammatico dalla politica e dalle istituzioni, dall’altro, nel campo di chi assume la consapevolezza del rischio di un baratro, fa emergere anche una forte domanda di una politica nuova e diversa.

Si sente dire da più parti: Renzi è l’ultima carta. Così questa leadership diventa il terminale di attese diverse. Il punto di convergenza di elettorati diversi, di sinistra ma anche di centrodestra. Si è visto in occasione delle elezioni europee. La sovraesposizione del premier ha caratterizzato il confronto come un nuovo bipolarismo: da una parte il Pd dei Renzi, pilastro del sistema politico che vuole riformarsi; dall’altra il Movimento 5 stelle, forza antisistema. Tutti e due gli attori in campo rivolgevano la propria proposta a tutto l’elettorato, in modo trasversale.
Si potrebbe dire: il partito della nazione contro l’antipartito della nazione.

Il risultato straordinario e giustamente definito storico, il 40,8%, realizza per la prima volta quella vocazione maggioritaria che era l’intuizione originaria alla nascita del Pd.

Lo studio dei flussi elettorali dimostra che Renzi e il Pd ottengono consensi da affluenti diversi, recuperando voti dal Movimento 5 stelle, dagli alleati centristi (quasi completamente assorbiti) ma anche da una parte consistente del mondo ex berlusconiano. Il risultato è tanto più straordinario se si considera che il Pd aumenta il numero assoluto di voti pure in presenza di un’astensione molto alta.

Diversi fattori, attorno alla forza della leadership renziana, hanno reso possibile questo risultato.
Il primo, fondamentale, è l’unità del partito. Riuscire a parlare e a tenere assieme elettorati diversi non era scontato. Renzi è riuscito a parlare e a rassicurare il popolo della sinistra. Ha fatto la scelta, non facile e per alcuni discutibile, del Pse. Ha insistito sui simboli e sul vocabolario della sinistra (la Festa dell’Unità, Berlinguer, il giornale…). Ma nello stesso tempo ha sottolineato la sua storia personale esterna (per non dire estranea) a quella tradizione. Usando quella sua biografia come garanzia della novità e di una rottura di fatto con il passato.
Sulla base di questa consolidata unità interna Renzi ha impostato la sua campagna di apertura e di dialogo a tutto campo. A cominciare dall’accordo sulle riforme con il nemico storico della sinistra: Berlusconi. Non che altri leader della sinistra nel ventennio non avessero provato ad intraprendere una politica di distensione. Ma Berlusconi alla fine aveva sempre rovesciato il tavolo, rispolverando sempre la tradizionale arma dell’“anticomunismo”. Con Renzi questo non è stato possibile.
L’apertura di gioco sul tavolo delle regole ha garantito al premier un protagonismo e una centralità riconosciuta e apprezzata dall’elettorato moderato.

L’altro fattore, contingente, è la mancanza di competitori credibili. L’assenza di alternative praticabili senza rischi. Grillo ha spaventato gli italiani. Il centrodestra non sembra aver più nulla da dire sul futuro, oltre l’affannosa difesa della sua tramontante leadership.

Siamo dunque entrati in una stagione nuova della politica italiana. Con alcune certezze e molti punti di domanda.

La prima certezza riguarda la mobilità crescente dell’elettorato. Renzi è il vincitore di oggi, ma il 40% non è guadagnato per sempre. Quel consenso premia una promessa, un progetto, una visione dell’Italia che ora vanno realizzati.

La seconda certezza è sulla definitiva affermazione del decisivo ruolo della leadership. E’ una novità che riguarda soprattutto il centrosinistra, perché a destra il problema era stato già risolto: il centrodestra era (ed è) Silvio Berlusconi. Ma a sinistra è sempre stato diverso.

Gli interrogativi sono diversi.

Come si articolerà il sistema politico dopo il compimento, auspicato, del percorso delle riforme costituzionali?
Saremo in grado di ricostruire un sistema funzionante in grado di garantire la democrazia dell’alternanza?
E questa alternanza come si organizzerà? Ci sarà un nuovo bipolarismo dopo la stagione tripolare? Si affermerà un sostanziale bipartitismo?

Ma l’incognita più urgente riguarda, a mio avviso, un punto specifico: il ruolo dei partiti. Ed in particolare, per quanto ci tocca, il rapporto tra leadership e partito. Qui davvero occorre una riflessione profonda, Inutile richiamarsi al passato. Riduttivo appellarsi agli statuti. L’esperienza che stiamo vivendo ci pone di fronte ad una realtà nuova, di cui tutti hanno preso consapevolezza. Il successo del partito dipende in larga misura dalla forza della leadership. E il peso della leadership è ingombrante, cambia il modo di essere del partito. Vale oggi con Renzi, ma sarà così anche in futuro. Tanto più in un percorso che, dopo l’abolizione del finanziamento pubblico, vedrà i partiti dimagrire, alleggerire le loro strutture e le loro potenzialità organizzative.

Un altro elemento esalterà ulteriormente la funzione del leader. Ed è la progressiva affermazione del fattore tempo come variabile decisiva di una politica “efficiente”. Siamo nel mezzo di questa accelerazione. Non a caso la velocità è una delle cifre distintive del renzismo. La velocità della decisione è un punto di forza della nuova politica ed aumenta la responsabilità e il potere del leader.

Anche sul piano istituzionale semplificare e velocizzare il processo legislativo è il primo punto all’ordine del giorno dell’agenda delle riforme, con la rinuncia al bicameralismo perfetto. Obiettivo condivisibile, eppure non privo di incognite. Non si tratta certo di fare l’elogio della lentezza…Né c’è bisogno di evocare Aldo Moro e il suo continuo richiamo alla prudenza e al rispetto della complessità dei problemi su cui il legislatore è chiamato a intervenire. E tuttavia rinunciando al bicameralismo perfetto qualcosa perderemo, o potremmo perdere, in termini di garanzie del processo legislativo e di qualità delle norme. E’ un tema non banale che può chiamare in causa anche il ruolo del partito come istituzione della democrazia.

Indico quella che potrebbe essere una pista di lavoro. Il partito come luogo in cui si recupera ciò che si rischia di perdere sul piano parlamentare. Luogo aperto di partecipazione e di dibattito, anche attraverso gli strumenti offerti dalla tecnologia, in cui si sviluppa quel lavoro di elaborazione, di riflessione, di affinamento e perfezionamento delle proposte normative a monte del percorso parlamentare. Per fare in modo che l’accelerazione del processo decisionale non comporti rischi.

Per questo credo che occorrerebbe considerare la riflessione sul ruolo del partito, a cominciare dalla legge che dia seguito alla prescrizione prevista dall’art. 49 della Costituzione, un tassello non secondario di una organica riforma istituzionale.

Cambio pagina. Un’appendice su di noi. Cosa dice la nuova stagione ai cattolici democratici nella politica?

Lo straordinario pontificato di Francesco sta cambiando in profondità e molto più rapidamente di quanto fosse possibile immaginare il rapporto tra la chiesa e il mondo.

Dopo il magistero di Benedetto XVI, caratterizzato dall’incessante sforzo per ricucire lo strappo che la modernità sembrava aver prodotto tra fede e ragione, la chiesa di Francesco fa un salto decisivo in avanti nell’apertura ai tempi nuovi e porta quel tentativo di riappacificazione con la contemporaneità sul piano della concreta umanità.

Non più soltanto la premessa teorica di un dialogo da riprendere sul piano del pensiero, ma l’esperienza vissuta di una chiesa che si rimette in cammino dentro la storia, “ospedale da campo”, punto di riferimento per chi soffre ma anche e soprattutto sorgente di speranza. Una chiesa che ha fiducia in Dio, certo, e che proprio per questo da fiducia al suo popolo e non ha paura del suo tempo.

Questa rivoluzione di Francesco è destinata a toccare anche il rapporto tra fede e politica, tra chiesa e democrazia. Questa novità interpella tutti e in modo particolare quanti dichiarano una ispirazione cristiana nel loro impegno. Ma, almeno in Italia, sembra di dover rilevare un ritardo nella percezione di ciò che si è messo in moto su questo piano.

C’è stata e c’è una reazione troppo lenta del laicato cattolico impegnato in politica. Quasi una sorpresa di fronte alla novità. Forse perché storicamente i ruoli erano rovesciati.

Sono sempre stati i laici, infatti, ad assumere la responsabilità di essere avanguardia nell’aprire alla chiesa la strada della democrazia. E spesso da soli, in dissenso, o sfidando incomprensioni anche dolorose, sono stati i laici ad assumere la fatica del dialogo, della mediazione possibile, di una convivenza tra credenti e non credenti che rivendicasse e valorizzasse il ruolo della fede nello spazio pubblico.

Sono stati politici cattolici come Sturzo e De Gasperi a riguadagnare le masse (e le gerarchie) cattoliche alla democrazia e a garantire alle loro voci, ai loro valori e ai loro interessi piena agibilità.

E si potrebbe anche insistere sulla circostanza che il fecondo innesto tra cattolicesimo e democrazia sperimentato proprio sul terreno dell’agire politico abbia prodotto poi anche nelle scelte ecclesiali importantissime aperture. Basti pensare alla stagione conciliare. Si può azzardare l’immagine che, sul piano della politica, molte volte – quasi sempre nella storia italiana – i laici hanno camminato davanti ai loro pastori.

Come detto, non sono mancate le tensioni e le fratture, in questo cammino. Soprattutto negli ultimi anni, nel governo ruiniano della chiesa italiana, la gerarchia ha spesso avocato a se il ruolo politico e la stessa tutela degli “interessi” cattolici, isolando e sostanzialmente delegittimando ciò che restava del cattolicesimo politico, soprattutto nel centrosinistra.

Si può ricordare la vicenda dei Dico, la scelta di 60 parlamentari cattolici della Margherita di sostenere quella mediazione, la durissima reazione della Cei. E’ stata la stagione dei teo-con e dei teo-dem, piccole pattuglie in missione nel bipolarismo nostrano, usate come di teste di ponte su cui poggiare le strategie dei cosiddetti “valori non negoziabili”.

Questa fase si è chiusa politicamente, anche con il lento tramonto berlusconiano. Ma ora si chiude definitivamente sul piano culturale ed ecclesiale con questo pontificato, che cambia tutto. Anche la tradizionali categorie culturali, a cominciare dalla mediazione. Il cristianesimo politico oggi è più testimonianza personale e meno mediazione culturale. Nella dottrina sociale di Papa Francesco c’è soprattutto radicalismo evangelico e profezia. C’è meno Europa e più America Latina.

Questo storico passaggio di fase ci vede sostanzialmente defilati e silenti. Spiazzati. Quasi che lo scontro precedente abbia consumato le ultime energie nella rivendicazione di una autonomia e di una responsabilità che non si ha più la forza di esercitare.

E tuttavia questo silenzio e questa progressiva rarefazione dalla scena politica dei cattolici democratici rischiano di caricare di ambiguità o di svilire anche le battaglie di questo ventennio, confinandole nell’asfittico recinto dell’antiberlusconismo, e non invece sul piano di una sfida che è stata insieme politica, certo, ma anche culturale e perfino ecclesiale.

Anche qui, anche su questo piano, guardare indietro può essere consolante ma è sostanzialmente inutile. Si può certo rivendicare di aver avuto molte ragioni, ma servirà a poco se quelle ragioni non parleranno al futuro".

Francesco Saverio Garofani

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