Continua a leggere Continua a leggere

Ci impegniamo,
senza pretendere che gli altri si impegnino...

Continua a leggere
Invia i tuoi contributi alla redazione
Continua
Codice sicurezza
18 Giugno 2013

Il Pd vittima dell'antipolitica

Intervista 18/6/2013 ad Antonello Giacomelli, vicepresidente deputati pd

Argomento: Pd
Autore: Goffredo Pistelli - Italia Oggi
Il Pd vittima dell'antipolitica
Allegati


 

A un Pd già fibrillato dalla discussione su regole congressuali, ruolo del segretario, valore della leadership, qualcuno ha suggerito di ripartire piuttosto dagli errori dell'ultimo periodo. Lo ha fatto, sabato, con un articolo su Europa, Antonello Giacomelli, vicepresidente dei deputati Pd, molto vicino a Dario Franceschini.

Giacomelli, 51 anni, pratese, vanta un lungo cursus honorum fra i cattolici in politica, partendo dall'ultimissima Dc.

Domanda. Onorevole lei ha dato una sferzata al dibattito consigliando tutti a riprendere in esame gli errori commessi dal partito, «specialmente negli ultimi due anni di legislatura». Perché?

Risposta. Si è cominciato con un'analisi giusta che percepiva il crescente distacco nei confronti dei partiti come rischio mortale anche per le istituzioni ma la risposta che abbiamo dato si è rivelata parziale, insufficiente e talvolta fuorviante.

D. E cioè?

R. Abbiamo risposto ai sintomi, quando si doveva ragionare sulle cause profonde, sulle radici, a partire da quella diffusa sensazione nella pubblica opinione dell'inutilità della politica rispetto alla vita reale. Paradossalmente abbiamo come confermato questa sensazione, proponendo che i politici fossero di meno e costassero meno. Mentre, pur affrontando anche questi temi, dovevamo riaffermare il ruolo della politica rispetto ai problemi veri delle persone.

D. Il Pd dell'ultimo periodo ha rincorso, lei scrive, una minoranza

R. Lo stato d'animo di una minoranza. Anche la rete, per esempio, importantissima per carità, è una minoranza; assolutizzando i social network noi abbiamo smarrito la sintonia con il sentire profondo, molto più complesso, dei cittadini che vivono una crisi drammatica e chiedono una politica capace di rispondere ai loro problemi.

D. Chi e come ha sbagliato?

R. Parlo di scelte spesso fatte in direzione nazionale, votate anche da me, per cui non mi chiamo fuori. Faccio solo degli esempi: dai tagli alle indennità e ai rimborsi, al passo indietro sulla Rai, delegando ad «associazioni» la scelta dei membri del consiglio d'amministrazione, alla promozione a ruoli di primo piano di persone spesso solo con il criterio della novità.

D. Lei ascrive a questa fase l'esaltazione del metodo delle primarie...

R. Le primarie sono un fatto costitutivo per il Pd, ma, come strumento particolare, non sono e non possono essere una medicina buona per tutti i mali, quasi come le pozioni che vendevano i praticoni nei paesi. Vanno bene, cioè, per le grandi scelte, per i ruoli monocratici.

D. Candidati premier, segretari, sindaci, e invece...

R. Invece sono diventate sostitutive della fatica del lavoro politico, del fare sintesi, hanno deresponsabilizzato i gruppi dirigenti e ammiccato troppo alle posizioni ostili alla democrazia rappresentativa.

D. Che cosa avreste dovuto fare?

R. Non abbandonare la via maestra. La demagogia e il populismo sono le più subdole delle armi che il potere, quello vero, usa contro la politica ed i partiti per togliere ai cittadini il loro strumento più efficace. Il fatto che anche la sinistra non riesca a sfuggire alla tentazione di cavalcare l'antipolitica è sintomo di confusione e subalternità culturale.

D. Ci vuole un esempio...

R. Le province sono state un fatto emblematico: alla domanda di semplificazione dei livelli di governo locale, abbiamo accettato che il governo Monti intervenisse con un decreto a tavolino su materia costituzionale e comunque molto complessa e, dall'oggi al domani, annunciasse il superamento delle province, con l'unico effetto, come si vede, di creare un discreto caos e non cambiare nulla

D. E invece?

R. Non avremmo dovuto rinunciare, per paura della piazza, a sostenere una riforma organica che rivedesse complessivamente ruoli, poteri e risorse. Fra regioni, comuni e province, esistono 7500 enti intermedi, consorzi, associazioni e altre varie forme, che costano otto miliardi e portano a moltiplicare competenze e passaggi burocratici.

D. Lei ha ricordato come, dopo il voto contrario a Franco Marini, nella notte del Capranica, lo stesso Pier Luigi Bersani, annunciando le dimissioni, avesse detto che il Pd s'era dimostrato permeabile all'antipolitica.

R. Su Marini c'è stata una reazione inaccettabile di territori e quadri dirigenti, non spiegabile neppure con la gestione non proprio impeccabile a livello nazionale. L'incredibile replica su Romano Prodi ha completato un percorso drammatico. Le parole di Bersani erano una constatazione amara, immagino anche autocritica. Penso che il confronto interno non possa non partire da lì

D. Da lì avete votato larghe intese, da cui è nato il governo di Enrico Letta. Però, scrive lei, non si può limitarci a dire, come un mantra, «non è il governo che avremmo voluto».

R. Certo. Ora bisogna assumerlo da protagonisti. È stata una scelta non una imposizione. Non si può spellarsi le mani ad applaudire Giorgio Napolitano e poi ricominciare come fossimo trascinati, riluttanti, vittime di volontà altrui, magari dando la sensazione di continuare ad inseguire altre chimere. Autolesionismo puro.

D. E tuttavia, oltre allo scarso entusiasmo, Letta potrebbe dover fare i conti con chi prefigura nuove maggioranze: Bersani ha detto, sabato, che il governo del cambiamento non è archiviato, mentre Enrico Rossi, governatore della sua Toscana, s'è spinto a immaginare nuove con Sel e transfughi M5s.

R. Non credo che un governo con Nichi Vendola e un po' di grillini pentiti sarebbe più rassicurante, per gli Italiani e più efficace per i loro problemi, di quello attuale. È la solita visione ideologizzata, movimentista, di chi non vuole avere nemici a sinistra. Ripeto, il punto non è solo ridurre i parlamentari o fare le primarie anche per le portinerie, ma dare risposte. Il governo Letta lo può fare e può guidare una fase storica di riforme e di ripresa.

D. Torniamo al Pd. I bersaniani escono fuori con un documento contro le correnti. Come la vostra, per esempio.

R. A me l'invito sta bene. Purché non si torni al pensiero unico obbligatorio, al «non disturbate il manovratore»,al centralismo democratico. Chi insiste nell'indicare il «correntismo» come principale problema del Pd guarda il dito e non la luna: non esiste, ormai da tempo, una vita di partito esaltante e non c'entrano le correnti ma l'aver trasformato i circoli in comitati elettorali.

D. Altro tema: si scinda il ruolo del segretario da quello di candidato premier.

R. L'identificazione delle due figure è contenuta nello statuto ed ero già contrario quando Salvatore Vassallo la introdusse. Delegare le scelte politiche alle norme di statuto era ed è una idea sbagliata. Però ormai quella norma è andata in frantumi a furor di popolo

D. La deroga per consentire a Matteo Renzi di candidarsi, intende? Ma, appunto, non era temporanea?

R. Sì, ma non si può dimenticare che l'abbiamo approvata, con grande consenso, proprio perché la norma si era dimostrata insostenibile. Non si può non tenerne conto e tornare indietro.

D. Sì, ma poi si chiede che a votare siano solo gli iscritti: un passo indietro rispetto al 2009, quando eleggeste Bersani. Paiono manovre anti-Renzi.

R. È evidente che non possiamo semplicemente approdare alla formula degli iscritti, dopo che negli ultimi anni abbiamo svuotato di significato questo ruolo. Va trovato un modo che non sia di chiusura e ridia contemporaneamente valore all'iscrizione, all'appartenenza, almeno nella scelta del segretario. Decidiamo assieme. Però mi lasci dire_

D. Prego_

R. Onestamente, non penso che da questo dipenda la candidatura di Renzi. Semmai lui deve fare un'altra riflessione.

D. E qual è?

R. Renzi è come un campione della velocità che deve capire se ha dentro anche le doti per correre il fondo. Chiedersi se si sente in grado di condurre il Pd a vivere da protagonista le larghe intese che comunque, per un periodo, da capo del partito, dovrebbe gestire e costruire nello stesso tempo la sua leadership per la fase successiva.

D. Lui fa spesso l'esempio di Fausto Coppi e dice che si sbaglia, a sinistra, nel voler esorcizzare il valore della leadership_

R. Ha ragione a dire che qualche volta, questo atteggiamento, in una parte della sinistra c'è. Però se penso a un leader in termini sportivi, penso al Samuel Eto'o della mia Inter del Triplete (vittoria in Champions, campionato e coppa Italia, ndr) grande attaccante certo ma che sapeva anche tornare indietro a dar manforte alla difesa. Credo che lui, da segretario, debba immaginarsi così.

Powered by Adon