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10 Maggio 2013

Muore oggi la Prima repubblica

Aveva 94 anni. La sua biografia in parallelo con quella della Repubblica

il link all'articolo pubblicato da EuropaQuotidiano

Se n’è andato l’uomo che più di ogni altro ha rappresentato, nel bene e nel male, per averla attraversata tutta sempre con responsabilità di livello, la cosiddetta Prima repubblica. Ne ha rappresentato, in particolare, l’intreccio dei poteri, in particolare fra lo stato e la curia romana. Anche le stanze delle istituzioni dello stato per Andreotti avevano le caratteristiche ovattate e leggermente oscure delle Curie. La qualità dell’intreccio la conosceva bene anche se si rifiutava di descriverla.

Si narra che un giorno Enrico Cuccia parlasse della differenza della geografia politica italiana in questo modo: se due uomini di potere litigano a Milano non si parlano più per un bel pezzo, a Bologna la sera del giorno dopo il litigio prendono un aperitivo insieme, a Roma già il giorno dopo sono a tavola insieme. In questo senso Andreotti era un tipico uomo di potere romano.
I tre episodi più significativi della sua lunga esperienza politica sono sicuramente la vicenda Moro, la partecipazione da protagonista alla Cig di Maastricht del 1991 e il lungo processo riguardante il suo presunto legame con la mafia.

La vicenda Moro: negli anni difficili della solidarietà nazionale fu Moro a chiedere a Enrico Berlinguer (ne ha parlato il presidente Tullio Ancora presso la cui abitazione si svolse l’incontro fra i due) di sostenere la presidenza del Consiglio di Giulio Andreotti “perché di lui gli americani si fidano”. In effetti quell’operazione politica così complessa e ardita per quel tempo richiedeva una certa, seppur implicita, copertura da parte degli Stati Uniti oltreché della Chiesa italiana e Andreotti era la persona giusta per rassicurare entrambi questi ambienti. Fu poi il suo governo, con ministro dell’interno Francesco Cossiga, a dover gestire quei terribili 55 giorni che hanno sicuramente segnato se non cambiato la storia della repubblica. Se un residuo di misteri accompagna ancora quella tragedia la scomparsa di Andreotti se li è definitivamente portati via.

Maastricht: Andreotti era il Capo del governo, bollato nel 1991 come il governo del “tirare a campare”, che trovò nell’occasione offertagli dal Cancelliere Kohl e dai presidenti Mitterrand e Delors, nella prima Conferenza Intergovernativa dopo la caduta del muro di Berlino, l’opportunità di uscire dall’ombra giocando un ruolo di protagonista. In Europa, in effetti, la Dc italiana continuava ad esercitare un rilievo importante, nel Parlamento la sua delegazione era numericamente seconda solo alla foltissima rappresentanza parlamentare della CDU–CSU e nella Commissione la vicepresidenza di Filippo Pandolfi godeva di un prestigio straordinario. Se l’Italia avesse voluto avrebbe potuto fermare il progetto dell’euro, ma Andreotti e Guido Carli decisero di appoggiarlo con molta forza.

L’accusa di coinvolgimento con la mafia siciliana emersa dopo l’assassinio del parlamentare europeo andreottiano Salvo Lima: accusa più infamante non poteva colpire un uomo politico, in particolare un democratico cristiano. Appena venne formulata dagli inquirenti, dopo esser stata adombrata nella Commissione parlamentare antimafia, il sistema democratico italiano venne squassato. Andreotti affrontò quella vicenda drammatica, con dignità e responsabilità politica. Non fuggì, non chiese particolare protezione al Parlamento, non perdette una seduta del processo manifestando un rispetto istituzionale oggettivamente non frequente. Ma ne fu personalmente segnato e colpito per il resto della vita. Ricordo ancora quando nel 1997 in Campidoglio ricevendo i maggiori esponenti politici europei per la celebrazione del 40° del Trattato di Roma, a tutti quelli che gli chiedevano come stesse rispondeva con la stessa frase: “il faut sourvivre”. In effetti quella della sopravvivenza fu la missione che si dette allora e negli anni successivi, non certo per il piacere di vivere ma per il desiderio di ascoltare la sentenza finale del suo processo, da vivo.

Andreotti è stato un personaggio anche al di fuori dei ruoli di responsabilità che ha ricoperto. Si è sempre detto, a ragione, che in lui si identificasse il cosiddetto “generone” romano, che attraversava vari strati sociali, dal borgataro, al taxista al funzionario ministeriale. Era diventato personaggio anche grazie alle sue battute spesso fulminanti, alla frequentazione di ambienti allora non consueti per l’“aristocrazia politica” come gli stadi e gli ippodromi, alla memoria sconfinata e ai suoi archivi descritti come depositari dei più impensabili segreti. Aveva relazioni internazionali estesissime e anche singolari relazioni interne con alleati e soprattutto avversari politici come i comunisti, a conferma della sua innata attitudine al dialogo e alla real politik; ecco, per lui, la politica era soprattutto real politik.

Qualche anno fa, quando già aveva diradato le sue presenze al Senato e si raccontava di periodi anche lunghi di stanchezza intellettuale, gli chiesi una testimonianza sugli anni della Costituente per un numero speciale de “Il Popolo” in occasione della mostra–evento: “Quando si faceva l’Italia”, dedicata al contributo della Dc all’Unità d’Italia. La testimonianza, molto breve, conteneva un “dettaglio storico” poco indagato che voglio qui riprendere perché ritengo meriti ulteriori approfondimenti da parte degli studiosi: “Sottolineo un aspetto che non è quasi mai considerato. Inserendo nella Costituzione i Patti Lateranensi, si allontanò definitivamente l’ipotesi di una garanzia internazionale alla Santa Sede, per la quale avevano fatto sondaggi in Segreteria di Stato tanto il governo americano che quello irlandese (con un esito per loro non incoraggiante da parte di Mons. Montini)”. Si intuisce il valore di questa affermazione che serve a capire perché in quel cruciale articolo 7 si fossero verificate, sia pure all’ultimo momento, convergenze politiche impensate per quei tempi. Andreotti era così, sembrava trattare questioni focali e questioni periferiche con la stessa nonchalance, ma le une e le altre a ben vedere in genere non erano banali.

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