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21 Febbraio 2013

Il bene comune.

Da una iniziativa di campagna elettorale, una riflessione di Francesco Garofani

Il bene comune. Il bene comune. Il bene comune.

Ha ancora senso parlare di bene comune?

Comincio da qui: da una domanda che oggi può apparire una provocazione, visto che Italia Bene Comune è il nome della coalizione di centrosinistra che si candida al governo del Paese.

Niente, in questa campagna elettorale più aggressiva e violenta di molte altre campagne elettorali recenti, sembra essere più lontano dall’idea di bene comune. Prevale lo scontro. L’appello alle fazioni. La contrapposizione degli interessi. La rabbia, la protesta. Perfino l’odio che trasuda nelle parole di alcuni leader. Berlusconi parla alla pancia dei “suoi”, riscoprendo una politica che una volta si sarebbe detta classista. Difende i privilegi dei più ricchi, carezza il pelo ai furbi, coltiva gli istinti più bassi il cui coagulo ha dato vita a quell’impasto di egoismi, paure e illusioni che è stato il vero cemento del berlusconismo per vent’anni. Ora la destra ha toccato il suo punto più basso: evaporata la componente più moderata e liberale, che ha tentato di dar vita ad un’operazione neocentrista che si dimostra fragile e senza radici, restano i “residui fissi” di una lunga ebollizione culturale. Più che le persone sono impresentabili gli argomenti, i temi, le parole d’ordine dell’ultima, tragica stagione berlusconian-leghista. Grillo vuole demolire il sistema, preannuncia processi di piazza per i suoi nemici. Parla da solo. Molti lo ascoltano senza preoccuparsi delle conseguenze. Altri, nei salotti buoni, si preparano a cavalcare la nuova tigre. Si incontrano nella folla chi non ha niente da perdere e chi può permettersi il lusso di non preoccuparsi di perdere qualcosa perché ha molto di più del necessario.

Anche a sinistra si agitano nuove (o vecchissime) forme di populismo: ma la rivoluzione che si propone è sempre gattopardesca. Tutto deve cambiare perché nulla cambi. Palermo docet: dopo vent’anni lo stesso sindaco, sempre in nome di una rivoluzione...

In mezzo a questo campo di battaglia c’è l’Italia. Ci sono gli italiani con le loro ferite, con le loro preoccupazioni per un futuro incerto. Le famiglie, le donne senza lavoro, i giovani senza speranza di futuro. Noi, il centrosinistra di governo, il Partito democratico, abbiamo cercato di parlare a questa Italia, con parole di verità ma anche di speranza.

Torniamo, allora, alla provocazione iniziale. La scelta di mettere le nostre politiche sotto l’insegna impegnativa del bene comune.

Scelta né facile né scontata in una fase di profonda crisi come quella che stiamo attraversando e che, in forme certamente diverse e con diverse conseguenze tutto l'Occidente si scopre a vivere. Crisi economica, ma ancora prima crisi etica, culturale, antropologica. E infine crisi politica. Ecco perché ha un senso tornare ad un concetto per molti anni relegato nell'archivio delle cose antiche e desuete. Fuori moda.

Per molto tempo l'espressione stessa "bene comune" non è stata usata nel dibattito pubblico, se non nel circoscritto e carsico circuito cattolico. La cultura cattolica, l'arcipelago del cristianesimo sociale, il mondo della formazione che s’ispira alla Dottrina sociale della Chiesa ha continuato a fare riferimento al concetto del bene comune. Ma la cultura dominante no. I modelli sociali e culturali che hanno accompagnato la secolarizzazione occidentale hanno avuto un altro segno. Per molti aspetti opposto. Insomma, la modernità nelle sue forme prevalenti sembra essersi incamminata in un’altra direzione.

Come si definisce tradizionalmente il bene comune? Quale matrice filosofico-culturale lo caratterizza?

Facciamo riferimento ai “classici” del pensiero cattolico.

Al n.74 della Gaudium et Spes, il bene comune è definito come “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono, sia alla collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente” (n.26) .

Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, pubblicato nel 2004, precisa ulteriormente il concetto che così definisce: “Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo…. Nessuna forma espressiva della socialità – dalla famiglia al gruppo sociale intermedio, all’associazione, all’impresa di carattere economico, alla città, alla regione, allo Stato, fino alla Comunità dei popoli e delle Nazioni – può eludere l’interrogativo circa il proprio bene comune, che è costitutivo del suo significato e autentica ragion d’essere della sua stessa sussistenza”. (nn.164-165; corsivo aggiunto)

[Nello Stato democratico] coloro ai quali compete la responsabilità di governo sono tenuti a interpretare il bene comune del loro Paese non soltanto secondo gli orientamenti della maggioranza, ma nella prospettiva del bene effettivo di tutti i membri della comunità civile, compresi quelli in posizione di minoranza” (n.169).

E' Antonio Rosmini, tuttavia, che da probabilmente la definizione più originale e impegnativa, dal punto di vista filosofico ed etico del bene comune, usando una distinzione che segnerà uno spartiacque che peserà in maniera decisiva anche in campo politico.

Dopo aver definito il bene comune fine della società civile, Rosmini scrive: “Il bene comune è il bene di tutti gli individui che compongono il corpo sociale e che sono soggetti di diritti; il bene pubblico all’incontro è il bene del corpo sociale preso nel suo tutto, ovvero preso, secondo la maniera di vedere di alcuni, nella sua organizzazione”. (Filosofia del diritto, [1865], n.1644, Ed. nazionale e critica, Città Nuova, Roma, 1997).

Emerge così una distinzione decisiva tra bene comune e bene pubblico, dove il secondo è il bene riferito all’organizzazione sociale e può coincidere con il bene della maggioranza, mentre il bene comune è il bene di tutti. Nessuno escluso, in quanto ogni persona è titolare di diritti.

E’ compatibile questa idea di bene comune come bene di tutti con i modelli competitivi e conflittuali che hanno dominato largamente i modelli culturali e gli stili di vita che si sono imposti negli ultimi decenni, e che hanno blindato i diritti di pochi contro e a danno dei diritti – gli stessi diritti – di tanti?

La risposta non è affatto scontata.

Se consideriamo i tratti dominanti del nostro tempo ciò che si afferma in modo prepotente è la categoria del conflitto. A diversi livelli. E in maniera sempre più visibile nel nostro paese, non solo nel sistema politico.

Non è facile vivere insieme in pace.

E infatti quello che viviamo è un tempo di guerra. E’ il tempo dove le controversie internazionali più drammatiche si affrontano attraverso gli ultimatum e le opzioni militari. E’ il tempo della violenza terroristica. Delle guerre preventive e della crisi delle grandi istituzioni sovranazionali sostituite dal “caminetto dei Grandi”, si chiami G8 o G20, dove il governo mondiale è concentrato nelle mani di pochi potenti. Ma è anche il tempo del conflitto Nord-Sud. Del conflitto religioso, delle persecuzioni, di nuovi martirii. Del conflitto etnico-culturale che accompagna gli imponenti fenomeni migratori. E’ ancora il tempo del conflitto tra ricchi e poveri, giocato sullo sfruttamento irresponsabile delle sempre più preziose risorse della terra e sullo sfruttamento illimitato dell’ambiente.

Ed è, infine, il tempo del conflitto domestico, delle guerre tra poveri nelle periferie urbane desertificate e disumanizzate da modelli culturali che non hanno nessuna radice nella tradizione e nel territorio. E’ il tempo delle rivolte nei nuovi ghetti per immigrati e delle violenze para o pseudopolitiche negli stadi. E’ il tempo del bullismo nelle scuole ma anche del conflitto intergenerazionale, nel quale i padri ipotecano il futuro dei figli. E’ il tempo divorato da un presente che dimentica il passato e non vuole cedere il passo al futuro.

Ma il conflitto domina soprattutto il campo economico, cioè il terreno che con il suo potere detta le nuove dinamiche sociali che caratterizzano il nostro tempo, fino a determinare l’affermarsi di una nuova antropologia che mette in discussione molti dei valori e dei principi che definivano le culture umaniste.

In particolare si impone un nuovo fenomeno: quello che Aldo Schiavone ha definito “il debordare onnivoro dell’intreccio fra potenza tecnologica e globalizzazione capitalistica”, che ha prodotto conseguenze inedite e forse imprevedibili anche per i più ottimisti sostenitori dell’ultraliberismo. Vediamo alcuni esiti di questo processo: la trasformazione dell’economia che è diventata sempre più invisibile e potente. I suoi processi di finanziarizzazione hanno sconfitto ed emarginato la politica, deformato il mercato e scardinato le regole che la tenevano ancorata ai meccanismi della produzione di beni, al lavoro, ai fattori umani, invadendo campi che pensavamo messi al riparo di un’etica condivisa, come quello della scienza e della bioetica.

Questo insieme di novità dirompenti ha modificato le relazioni, gli stili di vita, ma anche la concezione dell’uomo e i suoi diritti.

Riflettiamo sul contenuto delle grandi parole che raccontano il nostro stesso essere democratici. La libertà. L’uguaglianza. La fraternità.

La declinazione della libertà oggi riguarda sempre più la sfera individuale. E’ prima di tutto libertà dagli altri, dal vincolo delle relazioni interpersonali vissute come limite insopportabile. Libertà dalle regole, che spesso diventa arbitrio. Libertà da custodire nel privato contro l’interferenza del pubblico. Non a caso nell’elaborazione politica della destra nelle sue differenti ma convergenti declinazioni tutto ciò che è pubblico è stato progressivamente demonizzato, fino a vedere nello Stato il nemico che ti deruba attraverso le tasse.

L’uguaglianza è diventata parola desueta. Scomoda. Precipitato di ideologie collettiviste che negavano la realizzazione delle potenzialità e delle aspirazioni individuali. Oggi, al più, si parla di pari opportunità.

E la stessa fraternità suona come concetto arcaico, da affidare tutt’al più alla buona volontà di qualche associazione di volontariato. In ogni caso senza alcun rilievo politico, se non nell’eco lontanissimo che risuona in quell’aggettivo “compassionevole” che ha accompagnato in questo ventennio il liberismo delle destre. E che in ogni caso non ha nulla a che fare con la cultura democratica dei diritti di cittadinanza.

Vogliamo riconoscere una qualche corresponsabilità in questa deriva, figlia, forse, della cattiva coscienza o del complesso di colpa di una parte significativa delle culture che compongono il campo democratico? E non solo delle forze post-comuniste, se è vero che anche in campo cattolico (e non solo in quello politico) dobbiamo registrare una qualche rassegnata subalternità al pensiero dominante.

Un solo esempio. “Operai ed imprenditori devono regolare i loro rapporti ispirandosi al principio della solidarietà umana e della fratellanza cristiana; giacché tanto la concorrenza in senso liberistico, quanto la lotta di classe, in senso marxistico, sono contro natura e contrarie alla concezione cristiana della vita”. Punto 15 del primo capitolo dell’enciclica Mater e Magistra con la quale Giovanni XXIII riprendeva la riflessione sulla Dottrina sociale della Chiesa sviluppata settant’anni prima dalla Rerum Novarum di Leone XIII.

Cosa è rimasto di quel radicalismo evangelico, certo, ma anche sociale e dunque politico, che definiva contro natura la concorrenza in senso liberistico?

La concorrenza è diventata competizione. La competizione è diventata conflitto. Il conflitto ha svuotato la democrazia del suo contenuto essenziale. Della sua moralità. Della sua socialità intesa come dignità delle persone, come rete di relazioni, di diritti e doveri insopprimibili. Cioè della sua sostanza etica.

Colin Crouch è stato il teorico della “post democrazia”. “Il Welfare State – ha scritto il sociologo inglese - diventa poco a poco residuale, destinato al povero piuttosto che parte dei diritti universali di cittadinanza, i sindacati vengono relegati ai margini della società, torna in auge il ruolo dello Stato come poliziotto e carceriere, cresce il divario tra ricchi e poveri, la tassazione serve meno alla redistribuzione del reddito, i politici rispondono in prima istanza a un pugno di imprenditori, i poveri smettono progressivamente di interessarsi al processo in qualsiasi forma e non vanno neppure a votare, tornando volontariamente alla posizione che erano obbligati ad occupare nella fase predemocratica”.

(C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza 2003).

Questa della post democrazia è una deriva senza ritorno? Siamo davvero proiettati senza alternative verso una società oligarchica? Difficile dirlo. Certo è che la crisi della democrazia non appare soltanto come crisi istituzionali, cioè come inadeguatezza degli strumenti di governo dei processi globali, ma è – soprattutto – crisi di contenuti. Di valori. Incapacità, tornando alle parole che abbiamo messo al centro di questa riflessione, anche solo di pensare il bene comune come bene di tutti.

Del resto è proprio la consapevolezza della profondità e difficoltà di questa crisi che ha spinto ad una avventura per molti aspetti straordinaria come il Partito democratico, che è nato, per dirla con Pietro Scoppola, come atto in qualche modo conclusivo del processo fondativo della democrazia nel nostro paese.

Se dovessimo cercare una “missione” nei documenti che rappresentano gli atti di nascita del Pd penso che potremmo rintracciarla nella consapevolezza della necessità di liberare il futuro da schemi e modelli preordinati, rigidi e insufficienti a dare risposte a problemi nuovi e domande inedite riguardanti i diritti e i corrispondenti doveri delle persone in società sempre più complesso e in un mondo sempre più interdipendente.

La possibilità di riuscire a dare una risposta a questa crisi chiama in causa le culture politiche e le sfida oltre il tema delle regole. Certo, la crisi impone una riflessione sulle regole. La crisi del tecno-capitalismo, la crisi dei mercati, la difficoltà di fare sintesi in tutti i campi della vita civile impongono il tema delle regole nuove. Ma prima ancora c’è la questione etica, cioè il contenuto di quella democrazia integrale, come la chiamava Aldo Moro in un articolo su Studium del ‘47, cioè “regime di libertà non solo, ma di umanità e di giustizia”.

Senza che diventi sociale – scriveva Aldo Moro - la democrazia non può essere neppure umana, finalizzata all’uomo cioè con tutte le sue risorse e le sue esigenze. Se essa resta strettamente politica, angustamente politica, questo raccordo con l’uomo, ch’è per il cristiano ragione essenziale di accettazione, diventa estremamente difficile ed, ove pure risultasse stabilito, si rivelerebbe effimero e poco costruttivo.

La democrazia è un tutto con molteplici interferenze e ciò ne rende arduo il cammino nella storia del mondo. La crisi della democrazia si apre dovunque e comunque essa sia privata di suoi elementi essenziali, scarnificata e semplificata contro la verità della vita umana, ch’è essa stessa complessa e difficile”.

Qui si apre un orizzonte ampio ed impegnativo, che può riassumersi così: per uscire dalla crisi c’è bisogno che la politica e l’economia riscoprano il loro contenuto etico. Il futuro che vogliamo liberare ha bisogno di più etica Già. Ma quale etica?

La destra gioca ora il suo disperato tentativo di sopravvivenza rifugiandosi ancora una volta in una trincea difensiva. Difendersi dallo straniero, dall’immigrato, dal meridionale. E soprattutto dall’Europa. Siamo alla replica fuori tempo massimo dell’autarchia fascista. Ieri la perfida Albione, oggi la Merkel.

Nel motto della destra di oggi c’è poco Dio, ci sono piccole patrie, e qualche famiglia, spesso più d’una contemporaneamente. Le piccole patrie i leghisti le vorrebbero chiamare macroregioni, ma viste dall’Europa queste sembrano più micro feudi.

Come osserva il filosofo Enrico Berti “in una società pluralistica come quella contemporanea, le tradizioni comunitarie non possono fornire una base adeguata per l’etica pubblica, ma possono solo essere fonte di rivalità, di contrasti, di attriti, che sono la negazione stessa dell’etica pubblica”.

L’alternativa a questa impostazione va in un’altra direzione: quella di globalizzare i diritti per costruire una democrazia più umana. In questa prospettiva sono i diritti umani, il diritto alla vita, alla libertà, all’uguaglianza, alla giustizia, il diritto al lavoro, alla libertà di espressione del pensiero e a quella religiosa, il diritto alla piena cittadinanza, alla salute, all’informazione e all’educazione, la base di un’etica condivisa. Il punto di approdo comune di culture, ispirazioni religiose, etnie differenti che possono fare sintesi attorno ad un’idea condivisa dell’uomo, della sua dignità, del suo valore. Del suo bene.

Ed ecco il bene comune da cui siamo partiti nell’intuizione rosminiana: questo io liberato dalla gabbia dell’individualismo sterile «cospira con gli altri alla creazione di una società che abbia come fine comune il libero uso dei diritti».

Un bene comune davvero come bene di tutti. Per questo serve una politica che si faccia carico di tutti, che parli a tutti, anche a chi non ci vota. Se è così, allora, non c’è più la “nostra gente”, ma la gente. Non c’è solo l’Italia migliore, ma l’Italia tutta, anche quella sbandata, anche quella smarrita, anche quella sfiduciata e tentata dalla protesta e dalla rabbia. Questa è stata la nostra cifra in questa campagna elettorale; la vera differenza: siamo stati e siamo l’unica forza politica capace di fare i conti con questa responsabilità che è il comune destino che comunque ci lega.

Se negli anni di governo che avremo di fronte saremo all’altezza di questa idea che oggi è scritta come insegna della nostra avventura politica, allora potremo ricostruire la speranza e avviarci lungo un percorso che ci porti fuori dalla crisi, verso un futuro più giusto.


Francesco Garofani

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