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04 Marzo 2011

Cattolici democratici. Perchè e come nel PD

Articolo di Francesco Saverio Garofani. Deputato PD

Il partito democratico è nato per completare il processo fondativo della democrazia italiana. Ci riconosciamo in questo impegnativo giudizio storico di Pietro Scoppola.
Solo una ragione tanto forte ed esigente può sorreggere un'ambizione così alta come quella che ha consentito di superare vecchie divisioni, antiche contrapposizioni che recavano con sé profonde diffidenze, resistenze, dubbi.

Solo una motivazione tanto radicale, e per alcuni aspetti drammatica nella sua urgenza, poteva spingerci ad andare oltre i tradizionali strumenti della politica: la coalizione, l'alleanza tra diverse forze politiche che potevano condividere alcuni punti di programma. Il centro sinistra nelle sue diverse e successive evoluzioni. E infine l'Ulivo.

Il partito democratico è stato l'evoluzione e l'approdo di un percorso lungo. E insieme qualcosa di radicalmente nuovo e originale, perché nuova e originale era ed è la crisi della democrazia e delle forme politiche che tradizionalmente essa ha assunto nel nostro Paese.

Abbiamo lasciato alle nostre spalle senza nostalgie la stagione dell'autonomia polita dei cattolici e sappiamo che, anche in questo tempo segnato dal fallimento di un bipolarismo incapace di corrispondere alle attese del Paese, non c'è all'orizzonte nessuna possibilità di un ritorno ad una unità in un solo partito che si fondi sulla comune ispirazione religiosa.

Sappiamo che il pluralismo delle scelte politiche dei credenti si è andato consolidando e siamo convinti che questo dato possa potenzialmente contribuire ad arricchire l'intero sistema politico italiano.

Tuttavia la nostra scelta è chiara e convinta: stare nel campo dei democratici e dare il nostro apporto per far nascere una nuova cultura politica, capace di superare i limiti, le inadeguatezze, le insufficienze delle trazioni culturali del passato, che da sole non sono in grado di rispondere ai nuovi problemi posti dalla modernità, senza la quale anche la democrazia non avrà un futuro. Questa è la missione del Pd e per questo da cattolici democratici ci sentiamo parte essenziale di questo progetto e per esso lavoriamo senza riserve, nostalgie o "mal di pancia".

Per noi l'idea di un partito davvero plurale non è quella di un luogo dove si conservano e si difendono le differenze e le identità originarie, magari per costruire su quelle durature rendite di posizione. Un partito plurale è quello che sa valorizzare le differenze mettendole a sintesi, costruendo condivisione.

Sappiamo che al Pd serve il contributo della nostra ispirazione religiosa e il nostro modo di vivere quella ispirazione in relazione agli altri, credenti in modo diverso, nella costruzione di luoghi che siano davvero comuni.

Alla nuova cultura democratica serve l'attitudine al dialogo e alla mediazione. La ricerca di punti d'incontro condivisi. La capacità di fare sintesi tra punti di vista diversi.

Serve una concezione di laicità, che sia prima di tutto metodo e non un valore astratto.

Serve il coraggio di andare controcorrente e in un tempo caratterizzato da pigrizie e da troppe comode certezze.

Serve l'umiltà di una ricerca continua che spinge anche a valorizzare il dubbio. Interrogando fino in fondo le nostre coscienze. Sfidando le nostre certezze. Indagando se per caso un pezzetto di quella verità che cerchiamo non possa essere rintracciata proprio là dove non penseremmo di poterla trovare.

Serve il rispetto dell'autonomia della politica. La consapevolezza che ci fa distinguere tra il piano della fede e quello della politica, non perché si tratti di due dimensioni contrapposte o non comunicanti, ma perché sappiamo quale è il dovere e il limite della politica: declinare l'assoluto etico nelle forme possibili e relative dell'esperienza umana, attraverso un forte impegno di apertura, ascolto, confronto.

Questa è la nostra scelta di cattolici democratici: un impegno a tutto campo nella costruzione della convivenza, perseguendo l'interesse generale. Cercando con ostinazione il modo per vivere in pace gli uni accanto agli altri, lavorando per il bene comune, che è il bene di tutti e non solo quello della maggioranza.

E' possibile che ci sia una qualche inattualità in questa cultura e in questo stile, se pensiamo al tempo che ci è dato vivere. Un tempo segnato da altre caratteristiche, non sempre facilmente conciliabili con questa idea di bene comune: il conflitto, l'affermarsi di poteri non democratici, la rottura di molti legami sociali, il moltiplicarsi di quei non luoghi della post-modernità che producono perdita di identità, smarrimento, solitudini. Gli effetti non governati, e talvolta neanche pensati, dell'impatto delle evoluzioni scientifiche e tecnologiche sulla vita delle persone. Sul loro modo di essere, di pensare, di agire, di relazionarsi e persino di credere.

Questi temi, che segnano così profondamente la realtà dell'oggi, ci sfidano su terreni inediti e inesplorati, mettendo in discussione un'intera visione dell'uomo, fino a far parlare di una nuova questione antropologica.

C'è un nesso inscindibile tra questa novità e la crisi della democrazia intesa come organizzazione di un sistema di poteri che regoli la convivenza secondo principi di giustizia, libertà e uguaglianza.

Dopo l'ubriacatura e il fallimento della cultura individualista si può aprire una nuova stagione che rimetta al centro il tema di un nuovo umanesimo. Di un nuovo personalismo comunitario, per usare i riferimenti della nostra cultura, che sappia leggere con attenzione e discernimento quelle aspirazioni che nascono da un oggettivo ampliamento della sfera delle possibilità e dunque della libertà, che la modernità ci ha consegnato.

Qui c'è il nuovo terreno di confronto tra credenti e non credenti per fare in modo che quella domanda di libertà abbia una sua proiezione nella costruzione del bene comune e non risulti effimera, falsa o persino disumana. Per disegnare assieme una nuova trama sociale nella quale a nuovi diritti corrispondano nuovi doveri. Per tenere assieme, in una visione etica condivisa, libertà e responsabilità. Per pensare assieme una politica capace di comporre le diversità ma anche di riconoscere il suo limite.

 

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